Il commesso di Footlocker, inteso come specie animale generica, è una cosa che non sopporto. Che se ho voglia di sentirmi preso per il culo non ho bisogno di andare da uno vestito da arbitro di basket, che ti guarda con complicità da amicone con il sorriso finto stampato e poco ci manca che ti dia una pacca sulla spalla dicendo “Bella lì, come butta?”
Butta che mi stai sulle palle, ok?
Odio gli sconti, i tre per due e le megaofferte. Guardo la gente sciamare come al giorno del giudizio davanti agli scaffali e mi chiedo cosa provino quando, una volta tornati a casa, non riconoscono un bagnoschiuma al cocco da uno alla vaniglia.
Le cose hanno un loro prezzo, credo, e quello deve essere. Neanche mi interessa sapere perché mi vendi tre fustini al prezzo di due. Voglio il mio stupido stereo e lo pago il suo stupido prezzo, non un tostapane di più, non un centesimo di meno.
Mi piace vedere persone che sanno fare con facilità cose che agli altri, me compreso, non riesce. Non così bene.
Come quel pilota brasiliano che mio padre decantava, e il suo schianto alla curva del tamburello. E proprio lui, che era il più grande, per farsi ammazzare si è andato a scegliere la curva dal nome più stupido. Il solo fatto che esistano persone così mi rende felice.
E mi piace immaginarle in un momento preciso.
Me lo vedo a bordopista osservare tranquillo i bolidi che sfrecciano, in mezzo agli altri esordienti nervosi, nessuno di loro ha mai preso in mano un volante; poi salire sopra, fare un tempo che tutti si sognano, scendere e togliendosi il casco dire: “Basta così”.
E mi viene da sorridere a pensare che, molti anni dopo, sarà quella stessa macchina a portarselo via.
05/03/12
01/02/10
27/09/09
13/11/08
Andare a pranzo con il Fantasma è da sempre un'esperienza surreale, e lo è per una ragione molto semplice: il Fantasma non parla. O meglio, non è che gli manchi la parola o non ne sia capace; forse la cosa gli costa troppa fatica, non ha niente da dire o crede che in fondo non importi a nessuno e quindi non faccia differenza, ma sta di fatto che semplicemente non lo fa. Inutile dire che la cosa non lo rende molto di compagnia. Risponde a gesti, sorride silenziosamente alle battute, i suoi passi non fanno più rumore. A volte ci vogliono diversi minuti per accorgersi che siete nella stessa stanza, altre volte giri la testa in ascensore e te lo trovi accanto all'improvviso, e alla tua espressione di stupore risponde con un cenno di saluto della testa (se non altro, bisogna riconoscergli che è molto bravo a farsi capire). Non è quindi difficile credere che non sia spesso al centro dell'attenzione; durante un pranzo, però, sono poche le persone con cui preferiresti stare. Niente chiacchiere da salotto, nessun riso forzato alla battuta di turno, solo tu, lui e le portate: una occasione di sedersi con calma ad un tavolo, senza occhiate di circospezione o sensi di colpa, soli con i propri pensieri.
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